Saviano rinviato a giudizio: “Salvini scappa dal processo sulla Diciotti, io resto”

La querelle tra Roberto Saviano e Matteo Salvini va avanti ormai da giugno dello scorso anno. Qualche ora fa è arrivata la notizia che lo scrittore andrà a processo per diffamazione nei confronti del ministro dell’Interno. 

La causa della querela

Tutto ha avuto inizio quando Salvini ha manifestato l’intenzione di rivedere i termini per l’assegnazione della scorta a Saviano. Alle dichiarazioni del ministro, lo scrittore ha risposto con un video, in cui lo ha definito "ministro della mala vita". Da quel momento in poi, una serie di botta e risposta sui social network, nei programmi tv e sulle pagine della stampa nazionale. Già a luglio 2018, Matteo Salvini aveva fatto sapere che lo scontro sarebbe proseguito in tribunale perché aveva intenzione di querelare Roberto Saviano. Così, lo scrittore è stato denunciato per diffamazione a mezzo stampa nonché attraverso i diversi post pubblicati sui social.

Lo scrittore napoletano, Roberto Saviano, sarà processato per aver definito Matteo Salvini ministro della mala vita. Immagine: Roberto Saviano/Instagram
Lo scrittore napoletano, Roberto Saviano, sarà processato per aver definito Matteo Salvini ministro della mala vita. Immagine: Roberto Saviano/Instagram

La replica di Saviano

La replica di Roberto Saviano non si è fatta attendere. Ha commentato, tramite un video, la notizia del processo: "È proprio così, verrò processato. Sono stato rinviato a giudizio. Verrò processato per aver definito Matteo Salvini ‘ministro della mala vita’. Confermo, riconfermo, il mio giudizio su di lui. Confermo la legittimità, mia, di poterlo dire e di poterlo definire così". Lo scrittore ha sferrato, con l’arma migliore che possiede, la parola, un duro attacco nei confronti del ministro dell’Interno e del M5S: "Vado a farmi processare, non posso sottrarmi. Invece, Matteo Salvini si sottrae dal processo sulla vicenda Diciotti. Prima ha dimostrato con arroganza a tutto il Paese la sua assoluta serenità nel farsi processare, poi, di nascosto, tramite ricatti e pressioni politiche, ha mostrato di non farsi più processare. Si è fatto appoggiare su questa questione dal M5S, che con la non autorizzazione al processo verso Matteo Salvini ha perso completamente faccia, dignità, anni di presunte lotte a essere diversi dalla politica. Si sono svenduti, tradendo migliaia e migliaia di voti". 

Oltre al video, Saviano ha dedicato alla vicenda anche un lungo post su Facebook. Fonte: Roberto Saviano/Facebook
Oltre al video, Saviano ha dedicato alla vicenda anche un lungo post su Facebook. Fonte: Roberto Saviano/Facebook

"Non mi intimidisce il ministro della mala vita, Matteo Salvini. La lotta agli intellettuali non è cosa nuova nel nostro Paese, non è cosa nuova per il potere, per chi cerca di rendere autoritario un governo. Ecco il populismo, non è nient’altro che questo. Dire di fare qualcosa per il popolo e poi in realtà ingannarlo".

La conclusione del post di Saviano su Facebook. Fonte: Roberto Saviano/Facebook
La conclusione del post di Saviano su Facebook. Fonte: Roberto Saviano/Facebook

La dura conclusione

Saviano conclude rivolgendosi proprio al ministro Salvini: "Ero stato facile profeta. L’avevo chiamata buffone qualche tempo fa, ed è tra i motivi della querela che mi ha fatto. Lei si è dimostrato un buffone. Aveva detto che era pronto al processo e, invece, scappa. Come un codardo. Lei scappa, io resto". E, infine, una promessa: "Con l’unico strumento che ho, la parola, io non le darò tregua mai. Non darò tregua a nessuna singola bugia che ha pronunciato e che pronuncerà".

Un post di Saviano ripubblicato da Matteo Salvini. Fonte: Matteo Salvini/Instagram
Un post di Saviano ripubblicato da Matteo Salvini. Fonte: Matteo Salvini/Instagram

Su qualsiasi social

Anche su Instagram la polemica tra i due è accesa. Lo scrittore ieri, 19 marzo, ha pubblicato un post sul caso Diciotti. Il ministro dell’Interno ha immediatamente colto la palla al balzo, e, ripubblicando il post di Saviano, ha chiesto ai propri follower cosa ne pensassero di "una bella querela".