una dottoressa che fa analisi sul coronavirus

L’attuale pandemia di Covid-19, come molti aspetti della vita sul nostro pianeta, è il frutto di un lento percorso di adattamento dei virus iniziato milioni di anni fa.

La particolarità di queste piccole entità, così presenti e pervasive del nostro mondo, è ben rappresentata da una classica domanda, che ha animato e continua ad animare la comunità scientifica: i virus sono esseri viventi oppure no? Potrebbe sembrare una semplice questione accademica di termini e definizioni, ma nasconde alla sua base il fascino di una storia iniziata molto tempo fa.

I virus sono esseri viventi?

I virus, compresi i Coronavirus, sono un caso limite della biologia in quanto non presentano alcuni tratti distintivi che, solitamente, vengono usati per stabilire cosa sia un essere vivente. In particolare, essi non sono in grado di riprodursi autonomamente ma hanno bisogno di trovarsi all’interno delle cellule di altri organismi, che “sfruttano” per i loro scopi: “La materia di cui sono fatti è un acido nucleico, Rna o Dna – ha spiegato al Corriere della Sera Pasquale Ferrante, professore di Microbiologia all’Università degli Studi di Milano – Da soli non sono capaci di riprodursi.

Ecco allora che sfruttano le cellule di altri organismi, batteri, piante, animali o esseri umani che siano, per perpetuare la loro individualità”.

Si pensa che questa caratteristica dei virus di essere “parassiti obbligati” sia nata in un passato molto remoto. Sebbene siano stati scoperti in tempi relativamente recenti, infatti, la loro storia potrebbe avere avuto origine molto prima della comparsa dell’uomo sulla Terra: “I virus hanno cominciato a formarsi nella notte dei tempi – continua il professor Ferrante – L’Rna è stata la prima forma di vita comparsa sulla Terra, quattro miliardi di anni fa”.

Da qui, attraverso infiniti passaggi, si sono successivamente adattati per infettare organismi sempre diversi, fino ai primi ominidi apparsi circa due milioni di anni fa.

Cosa sono i Coronavirus

I Coronavirus, come il SARS-CoV-2 responsabile della pandemia Covid-19, sono una sottofamiglia di virus che si sono adattati ad ecosistemi naturali in cui trovano dimora molti tipi di animali, come mammiferi e uccelli. Da questo punto di vista, per contagiare l’uomo hanno bisogno di una serie di passaggi intermedi che consentano loro di cambiare ulteriormente le proprie caratteristiche, producendo un nuovo adattamento al nostro organismo: si tratta del cosiddetto “salto di specie”.

Che cos’è il salto di specie?

Non sono ancora perfettamente chiari i meccanismi che hanno portato il SARS-CoV-2 ad adattarsi all’uomo. La cosa che appare ormai condivisa dalla comunità scientifica, nonostante alcune polemiche, è che questo Coronavirus abbia effettuato il salto di specie provenendo dai pipistrelli.

Come riportato dall’Ansa, alcuni studi, in particolare quelli della South China Agricultural University di Guangzhou e della Duke University, avevano chiamato in causa il pangolino, un piccolo mammifero presente in Africa e Asia, come possibile “ospite intermedio”.

Avrebbe fatto, cioè, da tramite tra pipistrelli e uomo, fornendo al virus le caratteristiche adatte per attaccare anche il nostro organismo.

L’ipotesi dell’ospite intermedio è piuttosto interessante, ma è stata confutata da altri esperti, come il professore dell’Università Campus Bio-medico di Roma Massimo Ciccozzi, per il quale il salto di specie sarebbe stato sostanzialmente diretto. In definitiva, in qualunque modo sia avvenuto questo passaggio, si tratta dell’ultimo stadio di un lunghissimo processo di cui la società contemporanea si è trovata ad essere testimone. Capire il meccanismo alla sua base potrebbe aiutarci, in futuro, ad evitare che accada di nuovo.

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