donna inginocchiata per terra di profilo mentre una persona incappucciata armeggia con delle corde intorno alle mani della donna

Si sente spesso parlare di Sindrome di Stoccolma e in questi giorni ancora di più dopo il rientro in Italia, dopo quasi due anni di sequestro, di Silvia Romano, la cooperante rapita il 20 novembre 2018, in Kenya. Il nome della sindrome descrive lo stato psicologico di alcune vittime di sequestro o di un abuso ripetuto, che nutrono sentimenti positivi nei confronti del proprio aguzzino invece che sentimenti di odio e avversione.

La nascita del nome

L’espressione Sindrome di Stoccolma è stata coniata dall’agente dell’FBI Conrad Hassel, in seguito ad un episodio avvenuto in Svezia nel 1973: quattro impiegati di una banca di Stoccolma vennero presi in ostaggio da due rapinatori.

Il sequestro durò sei giorni, quello che stupì fu quello che successe dopo. Una volta rilasciati, gli ostaggi espressero sentimenti di solidarietà verso i loro sequestratori arrivando a testimoniare in loro favore, e anzi dimostrandosi ostile nei confronti di chi li aveva salvati.

Sindrome di Stoccolma a doppio senso

Secondo l’FBI, la sindrome si sviluppa in circa il 30 per cento dei casi gli ostaggi. In genere, però, non sono solo gli ostaggi ad essere “vittime” della sindrome: anche i rapitori possono sviluppare un legame con i propri ostaggi.

Il criminologo e psicologo Nils Bejerot era collaboratore della polizia durante la rapina in Svezia, spiegò che la sindrome si sviluppa soprattutto in quelle persone che sono state vittime di un qualche tipo di abuso, ed è più facile che si sviluppi quando la detenzione non è associata alla violenza, riporta Agi.

I sintomi della Sindrome di Stoccolma

Quali sono i sintomi e quanto può durare? La sindrome di Stoccolma oggi viene associata alla sindrome da stress post-traumatico e può durare anche parecchi anni, senza però che sia nota una durata specifica.

Come la sindrome da stress post-traumatico anche questa può essere trattata con farmaci e psicoterapia. Gli ostaggi con la sindrome possono presentare disturbi del sonno, incubi, fobie, trasalimenti improvvisi, flashback e depressione.

I casi italiani

Quando si parla di Sindrome di Stoccolma in Italia si pensa anche al caso di Simona Pari e Simona Torretta, due cooperanti della Ong Un ponte per che vennero rapite a Baghdad il 28 agosto del 2004.

Nel loro caso il sequestro durò un mese, le due vennero liberate il 28 settembre. Una volta libere annunciarono di voler tornare presto dove erano state rapite e ringraziarono i loro sequestratori. L’atteggiamento generò una ondata di polemiche e anche allora si cominciò a parlare di sindrome di Stoccolma.

In queste ultime ore se n’è parlato in relazione al caso di Silvia Romano. La cooperante, una volta liberata dopo il sequestro in Somalia, avrebbe confermato di essersi convertita all’Islam. Fonti investigative non escludono che la sua decisione possa derivare da “una situazione psicologica legata al contesto in cui la ragazza ha vissuto in questi 18 mesi, non necessariamente destinata a durare nel tempo“.

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