una donna disperata con le mani in faccia seduta per terra

La proliferazione del Coronavirus, il conseguente lockdown del Paese per contenere l’epidemia, la quarantena forzata, l’isolamento sociale, il distanziamento sociale, le misure di sicurezza: l’emergenza non è stata solamente sanitaria ed economica. Il Coronavirus ha riscritto per la maggior parte della popolazione globale la routine stravolgendo la quotidianità. La metamorfosi di questi mesi che ha trasformato gesti del tutto ordinari ora straordinari, come prendersi un caffè al bar, non ha rivoluzionato solamente le nostre vite ma anche il nostro modo di pensare, di reagire e riflettere su noi stessi, sul passato e quantomai prima d’ora, sul futuro.

Come ci ha cambiato l’emergenza? Quali conseguenze avrà sulla salute mentale della popolazione? Quando tutto sarà finito, torneremo alle nostre vite precedenti? The Social Post ha posto queste domande a Giuseppe Scarso, psichiatra, psicoterapeuta e professore aggregato presso il Dipartimento di Neuroscienze dell’Università di Torino.

Tristezza, stress e depressione: il confine tra reazione e disturbo

L’epidemia di Coronavirus ci ha costretti all’isolamento, al distanziamento sociale e all’alterazione delle abitudini: quali sono gli effetti o i disturbi che possono nascere da una situazione come questa?

Le risposte sono ipotetiche e per avere i dati bisognerà aspettare il futuro.

Tra le reazioni può esserci il disadattamento, un senso di estraniamento e un senso di costrizione: vivere in maniera disadattata la perdita delle proprie abitudini e un senso di estraniamento sia nei confronti di sé stesso sia nei confronti di una routine a cui si è stati costretti. È difficile dire al momento quali disturbi potranno insorgere. Ci potrà essere un aumento di disturbi già presenti o latenti nella persona.

Qual è il confine tra reazioni e disturbi patologici?

Una cosa è parlare di reazioni psicologiche, un’altra è parlare di disturbi.

La reazione psicologica può essere, come abbiamo detto, il disadattamento, l’estraniamento, lo scontento per non poter realizzare i propri interessi e anche il non poter lavorare, al di là dell’aspetto economico. Parlando di sintomi e disturbi veri e propri ci può essere un senso di depressione e tristezza, possono insorgere insonnia, ansia e preoccupazione per il futuro e forse più che essere legati al lockdown vero e proprio possono essere legati alle conseguenze delle privazioni che questo ci ha imposto.

Quale sintomo può fungere da campanello d’allarme e suggerire l’insorgere di un possibile disturbo?

Sicuramente la continuità nel tempo: un momento di tristezza o di sconforto non sono particolarmente significativi, possono capitare per tante cause. Quando però questo perdura nel tempo può essere un disturbo e va anche al di là di quello che può essere l’isolamento stretto.

Esistono delle differenze di genere o di età nell’affrontare un lockdown di questa portata?

Differenze tra donne e uomini non direi. I giovani possono essere colpiti perché le loro abitudini sono state limitate. Io ho dei nipoti che, abituati a fare sport etc., adesso si trovano chiusi in casa e diventano delle bombe esplosive.

Dunque, i giovani che sono abituati a muoversi e a fare vita sociale certamente sono più vulnerabili; gli anziani sono vulnerabili perché magari si trovano già soli e isolati e questa situazione è ulteriormente acuita dal fatto che non possono ritrovarsi con i familiari, possono uscire di meno: tutti sono vulnerabili per motivi e caratteristiche diverse, non ci sono differenze.

Chi sono i più vulnerabili

Ci sono dei soggetti più vulnerabili?

Sì, i più vulnerabili sono le persone disabili a livello psichico sicuramente e per due motivi: uno perché si trovano a vivere all’interno di spazi ristretti con famiglie in cui magari ci sono situazioni di conflittualità; due per la mancanza di supporti esterni.

Ad esempio tutte le strutture di day-hospital che accoglievano per gran parte della giornata queste persone disabili sono state chiuse e chissà quando riapriranno.

Esiste un intervento alternativo per sopperire a questa chiusura?

Purtroppo no, gli unici attivi sono i centri d’ascolto. Li stessi centri che hanno chiuso fisicamente lasciano degli sportelli telefonici, ma è molto diverso. Se questi centri dovessero invece continuare a essere chiusi tutto il lavoro che è stato fatto per recuperare psicologicamente e socialmente i disabili a livello psichico rischia di andare perduto.

Cosa intende con “perdere il lavoro fatto”?

Significa ricominciare se non proprio da 0 da 0,1. Il “lavoro fatto” vuol dire che queste persone sono state recuperate almeno socialmente, a livello relazionale o a livello lavorativo facendogli svolgere delle piccole attività, tutte azioni che le aiutano dal punto di vista psicologico. Con un lockdown prolungato rispetto a quanto è stato fino ad ora si rischia di recuperare con molta più difficoltà.

Quali sono gli effetti della quarantena forzata su soggetti con problemi di dipendenza ad esempio da sostanze stupefacenti o gioco d’azzardo?

Può acuirsi la sofferenza, per i dipendenti dal gioco d’azzardo il computer offre molte più possibilità.

Il tossicodipendente da sostanza si troverà invece in difficoltà a procacciarsela ma ho visto che hanno comunque trovato il modo. Indubbiamente però ci può essere una maggior difficoltà a reperire la sostanza quindi aumenta il rischio di crisi di astinenza e peggioramento della situazione psicologica.

Prevenire il disturbo: la chimera della psichiatria

Dal punto di vista psichiatrico come si affronta una crisi epidemica?

Per quel che riguarda la prevenzione dei disturbi psichiatrici, la situazione è in alto mare indipendentemente da questa crisi. Prevenire i disturbi psichiatrici è molto difficile.

Mancano delle conoscenze chiare sulle cause delle malattie psichiatriche che sono fondamentalmente di origine endogena, cioè nascono all’interno della persona o dalle relazioni patologiche che possono intercorrere, soprattutto nei suoi primi anni di vita. Un intervento di prevenzione è dunque molto difficile se non quando si sono già presentati i primi sintomi.

Una prevenzione antecedente alla manifestazione dei sintomi è una chimera, dal punto di vista psichiatrico, indipendentemente dal Coronavirus. Ciò che si può pensare di fare per questa crisi epidemica è, viste anche le limitazioni sociali, utilizzare ed eventualmente rinforzare i centri d’ascolto.

Lotta al Coronavirus in prima linea: l’ipotesi burnout per medici e infermieri

Aver contratto il Coronavirus ed esserne guarito può essere, a livello psicologico, una causa tale da far insorgere un disturbo?

È una domanda che al momento attuale non trova risposta. Bisognerà vedere a distanza di tempo, mesi o a volte anni, sempre nell’ipotesi che l’epidemia non ri-esploda.

Quali sono i rischi in cui possono incorrere i medici, gli infermieri che hanno vissuto in prima linea l’emergenza?

Per gli operatori sanitari c’è il rischio del burnout.

Che cosa si intende per burnout?

Il burnout è una reazione psicologica patologica che può avere sintomatologia molto diversa da persona a persona.

Può sfociare in depressione ma anche insonnia. Il burnout definisce la causa: sono situazioni di sofferenza psicologica, stress dovuto a motivazioni lavorative.

Per quel che riguarda il Coronavirus, il burnout al momento attuale forse è difficile si manifesti perché si è creata una forte collaborazione tra colleghi tra senso di abnegazione, entusiasmo e un sentirsi eroi, anche se poi nelle interviste smentiscono. L’aver fatto qualcosa di eccezionale e tutti insieme dà ovviamente una carica. Il burnout potrebbe verificarsi una volta poi finita l’emergenza, quando si ritroveranno nella quotidianità senza più un impegno immediato. Si tornerà ad una situazione in cui la collaborazione e l’entusiasmo non ci saranno più e in quel momento possono emergere burnout ma si potrà vedere solamente nel futuro.

Crisi economica e il rischio di un aumento di suicidi – omicidi

Un recente studio pubblicato su una rivista medica inglese ha evidenziato come, dopo l’epidemia di Sars nel 2003, sia stato registrato un aumento del tasso di suicidi. É un pericolo che può ripetersi?

Potrebbe riaccadere: non si può escludere ma non si può neanche aspettarselo necessariamente. Quello che potrebbe accadere, e che io temo, è un aumento o dei suicidi o dei disturbi non tanto conseguenti al lockdown, ma legati alla situazione economica che sarà, penso, assolutamente disastrosa.

Credo ci sarà una forte reazione psicologica dovuta alla perdita del lavoro più o meno definitiva o a grosse perdite economiche e temo che ci saranno persone che non sapranno come sbancare il lunario.

Cosa servirà per contrastare questo ipotetico scenario?

I centri d’ascolto saranno senz’altro importanti e penso che certamente ci sarà un incremento del lavoro per psicologi e psichiatri che dovranno aiutare queste persone a livello di contatto diretto ma anche nelle strutture pubbliche e private. Dipenderà però più dal ruolo attivo della persona nel rivolgersi e chiedere aiuto.

Se una persona non ha di che mangiare la reazione psicologica sicuramente ci sarà e può arrivare anche al suicidio o all’omicidio-suicidio. Una persona nel vedere sé stesso o la propria famiglia incapace di arrivare a domani, parliamo magari di persone già affette magari da una patologia, possono arrivare a queste soluzioni e, in questo caso, la situazione esterna sarebbe la concausa di qualcosa che è già preesistente. Credo che le reazioni psicologiche che vedremo e che ci troveremo a dover affrontare saranno soprattutto dovute alla povertà più che al lockdown vero e proprio.

Le conseguenze patologiche del Coronavirus a distanza di decenni

Il lockdown, visto come evento traumatico, può scatenare l’insorgenza di nuovi disturbi come la paura di entrare in contatto con gli altri?

Ipocondria, fobie nei confronti delle patologie: sì, sicuramente ci potrà essere un aumento nella popolazione generale, quindi anche quella che non ha sviluppato patologie pregresse. Ci potrà essere un aumento di disturbi soprattutto fra le persone anziane che sono già di per sé più timorose e che sono anche più a rischio. Qualcosa di nuovo no, le reazioni psicologiche sono prevedibili come l’ipocondria, la fobia, l’ossessione nel lavaggio.

Un discorso totalmente a parte riguarda invece se il Coronavirus, come alcuni sostengono, possa o meno rischiare di incistarsi all’interno dell’organismo e dare quindi origine a patologie di tipo medico o neurologico a distanza anche di decenni.

Un esempio che posso fare è che a seguito della spagnola di un secolo fa, anche se non è mai stato dimostrato il rapporto di causalità, sono comparsi tanti casi nel mondo di encefalite letargica, il disturbo raccontato nel libro e del film Risveglio di Oliver Sacks.

Di che cosa si tratta?

Il libro narra la storia di Oliver Sacks che ha studiato questa patologia sviluppata da persone che erano chiuse in un lockdown psicologico, non riuscivano a comunicare con l’esterno e che è insorta a distanza di anni o decenni dall’infezione di spagnola.

Nel libro e nel film che è stato fatto, Sacks è riuscito a risvegliare queste persone tramite l’uso della levo-dopa, un risveglio che è durato qualche mese prima che ci fosse una nuova regressione. Un’analogia che faccio è che ora come allora questo Coronavirus potrebbe portare allo sviluppo di patologie di questo tipo.

In questo caso è possibile prevenire?

No, anche perché non è detto che succeda e non è possibile prevedere in quali parti del corpo questo virus possa andare a incistarsi.

Altro esempio è quello della varicella: sappiamo che è responsabile dell’Herpes Zoster, il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio. La varicella generalmente si contrae in età infantile o adolescenziale mentre questo Herpes Zoster magari esce fuori dopo 50 anni proprio perché si insinua all’interno dell’organismo, rimane latente e poi in un’età in cui le difese immunitarie tendono a diminuire si sviluppa di nuovo. Ciò potrebbe essere ipotizzabile anche per il Coronavirus ma non è detto, è un’ipotesi su ciò che può accadere.

Il timore di un nuovo lockdown: “Sarà molto più dura

Cosa la spaventa di più di questa situazione emergenziale che la popolazione sta attraversando?

Io personalmente sono molto preoccupato per quel che riguarda i posti di lavori, la perdita dell’occupazione e per le reazioni non solo psicologiche ma proprio a livello umano. Sono preoccupato all’idea di nuovi picchi di contagio con nuovi lockdown perché non so, a quel punto, quanto la popolazione in generale possa reggere.

Una volta ce l’abbiamo fatta, due volte non so se ce la facciamo a reagire sia al lockdown sia a ciò che questo comporta: figli che non possono uscire, che non possono andare a scuola, fare sport. Purtroppo molti dicono che è possibile che ci siano di nuovo dei picchi e se ci saranno temo che le possibilità di ripresa psicologica, sociale, umana e lavorativa sarà molto, molto più dura.

Se invece non ci saranno e piano piano si potrà ripartire con una vita normale, i danni saranno contenuti.

Consigli e aiuti per attraversare la quarantena

Quale consiglio possiamo offrire a chiunque si trovi in una situazione di disagio in questo specifico momento?

Possiamo dire di rivolgersi alle persone che le hanno curate e che possono continuare a curarle a livello telefonico o attraverso tutte le possibilità che la tecnologica ci mette a disposizione.

Possono cercare di mantenere i contatti e questo so che in molti casi viene fatto; anche io con la mia attività psichiatrica sono a disposizione telefonicamente per i miei pazienti.

Ci sono degli accorgimenti per salvaguardare la salute mentale che possano valere per tutti?

Credo che il consiglio più utile sia quello di cercare di mantenere il più possibile le nostre abitudini precedenti. Adesso che c’è un minimo di apertura bisognare cercare di utilizzare di più gli spazi aperti, coltivare quegli interessi che ci è permesso di avere e chi ha la possibilità di fare lo smart working in questo è molto più agevolato.

Non si deve guardare troppo in avanti o preoccuparsi per il futuro ma cercare di guardarlo con speranza e se capita di guardarlo con pessimismo si deve cercare di distogliere il pensiero facendo altro.

Emergenza psicologica all’ombra dei provvedimenti

Il Governo ha pensato alle conseguenze psicologiche del lockdown?

Sul quanto un lockdown possa incidere sulla psiche credo che non si pongano molti problemi anche perché le urgenze sono altre: quella medica e quella socio-economica. Penso che l’Iss sarebbe meglio che si dotasse anche di buoni consulenti psichiatri e psicologi per cercare di capire quali possano o potranno essere le conseguenze di un proseguimento o di ulteriori lockdown e valutare qual è il male minore.

Al momento però, l’attenzione non c’è stata. Ci si è interessati della violenza domestica, degli anziani, dei disabili, dei detenuti, di situazioni particolari. Nessuno al momento si è posto credo seriamente la domanda di quali possano essere le reazioni psicologiche di un lockdown protratto e credo che quasi tutti siano convinti che, anche se si parla del rischio di nuovi picchi, un periodo di un mese e mezzo – 2 mesi sia affrontabile, opinione che condivido. Se questa situazione dovesse protrarsi o ripetersi per delle durate ancora più lunghe si può anche ipotizzare che scoppino delle rivolte, delle tensioni sociali e ci sono già anche un po’ state.

Esistono situazioni sociali che mal si adattano a restrizioni, penso al mondo del calcio: che cosa succederà se non riaprono il campionato? Rischiamo che la violenza che viene riversata negli stadi possa essere sfogata fuori, per le strade.

Alla fine dell’emergenza, vorremo tornare alla solita vita?

C’è qualcosa di positivo che possiamo trarre da questa quarantena?

Penso che sia stata ritrovata la solidarietà sociale, anche a livello internazionale, che purtroppo non ha però scongiurato una situazione di guerra.

Si potrà poi trarre idee dalle occasioni che abbiamo avuto per riflettere sulla vita che facevamo prima, caotica, disordinata, tempestosa, frettolosa per provare a ipotizzare un futuro magari migliore, cosa sulla quale però io sono abbastanza pessimista.

Quando ci lasceremo l’epidemia alle spalle vorremo tornare alla solita vita?

Io credo che il desiderio sia quello di tornare a quello che facevamo prima, alla completa normalità e penso che ciascuno di noi possa avere anche la speranza e l’auspicio che possa esistere una nuova normalità, non proprio tale e quale a prima. Penso alla speranza che si mantenga quella coesione e quella collaborazione, quel senso di amicizia che può essersi creato in questo momento.

C’è questo auspicio, un piccolo elemento nuovo rispetto al prima.

Approfondisci

TUTTO SUL CORONAVIRUS

#Iorestoacasa, #Andràtuttobene: quando la violenza è fra le mura domestiche

Coronavirus, la quarantena silenzia la violenza sulle donne: l’appello del Telefono Rosa