strage di Ustica

Quello che rimane dell’aereo Itavia IH870 è conservato in un container a lato della Galleria d’Arte Moderna di Bologna. 

Quei frammenti messi insieme nel tempo rappresentano il reperto più inquietante del Museo per la memoria di Ustica, ma non sono nient’altro che un ammasso di metallo e componenti. 

Sono il cadavere irriconoscibile del velivolo che la sera del 27 giugno 1980, 40 anni fa, viaggiava verso Punta Raisi, con 81 persone a bordo. Il simbolo della strage di Ustica.

La sera della strage: chi volava nel cielo italiano?

A distanza di decenni, ciò che accadde veramente quella sera nel cielo italiano è intuibile, ampiamente ipotizzabile, ma forse impossibile da descrivere nei dettagli: sono troppi gli insabbiamenti che negli anni si sono susseguiti (ed ora sono stati riconosciuti a livello processuale) e che hanno reso impossibile recuperare le fila della storia.

La sera del 27 giugno, tra Bologna e Palermo, l’Itavia IH870 viaggiava in serenità: non aveva alcun problema tecnico in corso e prevedeva di atterrare a Punta Raisi in orario. Quel che purtroppo i piloti dell’Itavia non sapevano è che quella sera in cielo c’era molto traffico: un traffico fantasma, non dichiarato e costituito da caccia francesi, F-14 americani, ed anche un Mig libico che sarebbe stato ritrovato settimane dopo a pezzi, in Calabria, nel crotonese, dalla popolazione del posto.

Il Mig libico era il vero bersaglio?

Ci sono voluti anni a capire che quella sera i caccia francesi e gli F-14 statunitensi avevano messo gli occhi sul Mig libico -che, forse, ipotizzavano portasse a bordo Mu’ammar Gheddafi– e che, con ogni probabilità, il DC-9 Itavia si è trovato in mezzo ai primi e all’ultimo.

Quando un razzo è partito nella direzione del velivolo libico, ha colpito il DC-9, distruggendolo in un secondo e portandosi via 81 vite. Una di queste vite era quella di Giuseppe, la vittima più giovane: aveva 1 anno.

Il crollo di Itavia

La storia delle indagini e dei processi sul caso di Ustica è colma di depistaggi, insabbiamenti, informazioni emerse a spizzichi e bocconi. È la storia della morte di una compagnia, la Itavia, che subì lo stop dei voli e dovette lasciare senza lavoro 1000 dipendenti. Aldo Davanzali, amministratore di Itavia, subì il dramma di dover attraversare le forche caudine di indagini ed ispezioni, perse il suo patrimonio e chiese, dopo anni, un risarcimento di 1700 miliardi circa.

In prima battuta, dopo anni, saranno Ministero della Difesa e dei Trasporti a risarcire Itavia per 108 milioni di euro. Fu proprio Davanzali, peraltro, a parlare della tesi che a distruggere il suo aereo fosse stato un missile: per questo motivo fu messo sotto indagine per il reato di diffusione di notizie atte a urlare l’ordine pubblico.

Le sentenze e i risarcimenti

Ci sono voluti più di 30 anni per avere delle sentenze per il caso Ustica.

Nel 2011 ad essere condannati sono stati i ministeri della Difesa e dei Trasporti, per non aver agito nel modo giusto prevenendo il traffico incrociato di quella sera, nonché, in fase successiva al disastro, per non aver condotto le indagini in modo limpido. 

Nel 2013 la Cassazione ha confermato le sentenze di cui sopra ed i due ministeri dovettero a quel punto risarcire le famiglie delle vittime. L’ultimo ricorso dell’avvocatura dello Stato è avvenuto nel 2017, con la motivazione di dover trovare la responsabilità del disastro ad un velivolo straniero. Anche in questo caso sono state riconosciute le responsabilità italiane.

Ad essere risarcite sono state 45 persone, familiari delle vittime.

Le responsabilità ministeriali

Pochi mesi fa, è arrivata l’ultima sentenza della corte d’appello di Roma. A essere condannati sono sempre i ministeri di Difesa e Trasporti, condannati a risarcire gli eredi di Aldo Davanzali per 330 milioni di euro. Aldo Davanzali, morto nel 2006, non ha potuto assistere alla pronuncia della sentenza che ridava credito e dignità alla sua compagnia aerea, decretando ufficialmente l’assenza di una responsabilità nella strage. Quello che fu uno degli imprenditori più importanti d’Italia aveva perso tutte le sue risorse economiche per difendersi da accuse senza fondamento: è morto in un’ospedale di Loreto, ad 83 anni, malato di Parkinson ed in condizioni di indigenza.

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