roy paci in primo piano

Dai primi solfeggi davanti al pianoforte all’incontro inobliabile con la tromba, non più strumento ma parte stessa del suo corpo: Rosario Paci, ancor più famoso come Roy Paci, trombettista e musicista italiano di fama mondiale si racconta a 360° a The Social Post. Un tour all’interno della vita privata e della carriera del compositore e da anni produttore discografico indipendente. Ora è al centro della scena per la protesta Senza Musica: il grido che il mondo dei musicisti rivolge al Governo da cui pretende ora una riforma ex novo in aiuto e sostegno di un circuito di lavoratori da decenni abbandonati a sé stessi e costretti a vivere tra l’imbarazzo di chiamarsi “musicisti” e una legge che non li ha mai davvero tutelati.

AGGIORNAMENTO DEL 13 LUGLIO – A pochi giorni dall’intervista è arrivata conferma da Roma sull’approvazione di due degli emendamenti avanzati nel corso della protesta #SenzaMusica divenuti ora realtà. Si tratta di un primo emendamento che tocca da vicino gli intermittenti dello Spettacolo e un secondo che vede la creazione di un fondo pari a 10 milioni di euro che permetterà alla musica e ai concerti di ripartire dopo lo grave stop per l’emergenza Coronavirus.

#SenzaMusica, il tacito grido di un mondo abbandonato

Com’è nata la protesta Senza Musica?

È nata da un collettivo di amici che si sono virtualmente riuniti da circa 2 mesi per poter capire quale potesse essere il miglior metodo per ripartire dopo questa quarantena, con una riforma sostanziale di quello che è lo stato di abbandono di noi musicisti. Per musica dobbiamo però utilizzare una terminologia, che io non sopporto, che è quella di musica leggera cioè tutta quella musica che non gode né di contributi FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo [NdR]) né di tante altre cose come ne gode ad esempio la musica classica e lirica.

La musica leggera è fuori dai giochi e non parlo solo dei musicisti e dei gruppi ma parlo di tutto l’indotto delle varie maestranze.

L’urgenza di una riforma nasce solamente all’indomani dell’emergenza Coronavirus o già prima aleggiava questo sentimento?

Su questo argomento sono tornato già 2 volte in passato, già nel lontano 2006/7 avevo avuto modo di poterne discutere quando c’era Prodi al governo ma ci fu poi la rottura della sinistra con Bertinotti e si può immaginare quanto potessero interessarsi a quella che era per noi una riforma importantissima.

Sappiamo che, per come stanno adesso le cose, si viaggia sul sul filone dell’illegalità proprio per tutte le difficoltà che possono avere un musicista, un tecnico o chiunque altro per pagare le tasse. Così anche i piccoli club e i festival, difficoltà che derivano da una legislazione che non esiste.

Cosa intendi per “viaggiare sul filone dell’illegalità”?

Molti musicisti non riescono a svolgere professionalmente il loro lavoro e non perché non lo sappiano fare ma proprio perché sono impossibilitati a fare delle date senza doverci morire per questo mestiere.

Proprio per questo il più delle volte i musicisti devono accettare delle condizioni da parte di piccoli luoghi, piccoli live club, che non sono consone. E gli stessi live club, a loro volta, sono strozzati dalle tasse e contributi esagerati da pagare.

In queste condizioni non tutti possono rilasciare fatture come faccio io, come fanno altri, non tutti possono pagare l’Iva a quel livello, non tutti possono avere una copertura. Ci siamo trovati di fronte ad un grosso guaio quando, all’inizio della quarantena, venivano appoggiati solo i lavoratori del mondo dello spettacolo che avevano un tot di giornate contribuite perché non tutti riescono a far pagare i contributi dalle miserie che riescono ad avere.

Da lì è iniziata la nostra battaglia per far sì che anche gli intermittenti godessero di quello che era il contributo emergenziale.

Una riforma per la musica e una dignità per i musicisti

In che modo il nuovo Dl Rilancio discrimina voi musicisti?

Non siamo assolutamente considerati dentro quelli che sono i FUS, i contributi cui godono diversi mondi musicali fin dall’inizio. Non abbiamo una struttura come ce l’ha l’ente lirico, l’ente dei teatri o come ce l’ha anche il jazz per intenderci, siamo completamente al di fuori di tutto.

Il Dl Rilancio discrimina la musica leggera e senza provvedimenti noi stiamo mettendo a serio rischio di sopravvivenza tutti i lavoratori intermittenti.

Nonostante siamo riusciti ad ottenere l’abbassamento delle giornate contribuite per poter dare un minimo di sostegno, l’indennità assistenziale prevista per altri mesi a molti non è ancora arrivata. Oltretutto è stato anche cancellato il nostro ente previdenziale, l’Enpals, il cui tesoretto è confluito dentro l’Inps con cui noi ora dobbiamo confrontarci. Dentro l’Inps però i soldi raccolti dai lavoratori dello spettacolo si sono ovviamente annacquati e per quale motivo dopo aver pagato per 35 anni devo subire questo ora?

Sarà molto difficile riaprire un ente per i lavoratori dello spettacolo ma ci rendiamo conto del danno che è stato fatto?

Quali sono le principali richieste che state rivolgendo al governo?

Chiediamo una riduzione delle tasse totale al 5% e chiediamo delle risorse a fondo perduto: una sorta di fondo di sostegno per il mondo dello spettacolo soprattutto dal vivo. Dobbiamo andare ad aiutare un circuito di piccoli club e festival italiani perché un club che ha una portata massima di 200 persone, senza contare le restrizioni per il Covid, non dovrebbe assolutamente pagare la Siae, non c’è assolutamente uno scopo di lucro.

Se riescono a stento a pagare un cachet ai lavoratori dello spettacolo è già tanto quindi quello che stiamo cercando di fare è occuparci di tutta la filiera.

Roy Paci: “Non voglio ripartire, voglio riformare

Da chi è formato il collettivo?

Non posso fare i nomi di chi fa parte di questo collettivo ma siamo quelli che hanno lanciato la prima campagna #IoLavoroconlaMusica e dei flashmob a Roma e Milano. Siamo un collettivo che non ha un’identità e speriamo si aggiungano tanti altri colleghi, quelli che sono a sconoscenza.

È importante essere uniti e la campagna che abbiamo lanciato in 10/12 è stata rimbalzata poi dai top player come Vasco Rossi, Laura Pausini a nostra grande sorpresa e meraviglia perché non li abbiamo chiamati. Siamo quelli che il 21 giugno scorso avevano dichiarato sarebbe stata una giornata senza musica, una giornata in cui nessuno doveva assolutamente suonare.

Invece cos’è successo?

Qualcuno ha suonato e fatto poi il minuto di silenzio ma dobbiamo essere più coerenti, dobbiamo avere più forza perché solo creando un momento di scalpore riusciamo a penetrare in quella che è una struttura pachidermica.

Se ci riusciamo ora, in questo momento in cui siamo tutti fermi, è la cosa migliore. A differenza di quelli che dicono “speriamo di ripartire”, io voglio riformare tutto e approfittare di questo momento per dare un taglio netto col passato. Non voglio ritornare a ciò che abbiamo lasciato prima del Covid, voglio ripartire con uno step nuovo che ci permetterebbe di avere una scossa in un mondo importante che fattura tantissimo e di questo ne gode lo Stato. Al momento stiamo cercando di trovare i giusti interlocutori, devono ascoltarci.

A chi indirizzate precisamente questa protesta?

Noi ci stiamo relazionando ovviamente col ministro ora in carica, Franceschini: è lui che deve portare tutto quello che stiamo cercando di produrre al Parlamento e capire se si può fare questa riforma con gli oltre 8 mila commi che abbiamo scritto.

Il futuro incerto: “Molta gente fa dell’ostracismo

Ti aspetti che grazie a questa protesta qualcosa possa cambiare?

Io nella vita sono quello che guarda sempre il bicchiere mezzo pieno però ho parecchi dubbi a riguardo. Non credo che cambierà facilmente perché anche all’interno di questo stesso mondo in molti fanno dell’ostracismo. È un peccato perché se ci si potrà permettere di avere una riforma ne godremo tutti, anche chi in questo momento non sta aderendo a questo movimento che parte dal basso ma che riguarda tutti quanti noi.

Cosa accadrà nelle prossime settimane?

Stiamo cercando di lavorare tutti i giorni, a volte sacrifico anche le ore da dedicare al mio strumento proprio per questo. Le prossime saranno delle giornate molto importanti: si stanno infatti per chiudere tutti quelli che sono i vari incontri dei ministri e se riusciremo ad avere una riforma lo sapremo a breve. Sarebbe il momento più bello per dire finalmente nella vita “cosa fai di mestiere: il musicista”.

Paci: “Vivere in un mondo senza musica significa impazzire

Cosa può fare il pubblico, i vostri fan e più in generale tutti gli appassionati di musica che non sono però musicisti?

Il pubblico può supportare innanzitutto la musica indipendente che è quella che sta soffrendo di più, può cercare di ascoltare musica attraverso le piattaforme e comprarla. Sicuramente può venire poi a quei pochi concerti in modo tale da supportare i musicisti che a loro volta stanno supportando tutto l’indotto che sta intorno, come i tecnici.

Perché non ci possiamo permettere un mondo senza musica?

Non ce lo possiamo permettere perché il mondo stesso è nato da un suono.

L’universo si muove dietro ad una semplice oscillazione, tutto è frequenza, anche la più piccola particella che si sente in natura è vibrazione. Vivere in un mondo senza musica significa impazzire: se una persona viene posta all’interno di una camera anecoica dove non c’è un’assenza totale di suono ma solo al 90%, rischia di impazzire perché sentirebbe il suono del proprio cuore ed è una cosa difficilissima da sopportare.

Da Augusta a Montevideo con la tromba in valigia

Com’è nata la tua passione per la musica?

È nata con l’aiuto dei miei genitori, entrambi appassionati di musica.

Avevano un gruppetto negli anni ’60 con cui suonavano in giro, nel loro territorio augustano e a Siracusa. Sono stato introdotto a 4 anni e mezzo nella musica grazie ad un maestro di pianoforte che abitava nella palazzina di fronte. Lì ho iniziato col pianoforte, dopo sono passato al maestro della banda del paese e con lui ho iniziato ad imbracciare la tromba a 9 anni. Me la sono trovata in mano e non l’ho mai lasciata, è una ramificazione del mio corpo ormai, è il terzo braccio che mi mancava. Essendo siciliano rappresento la Trinacria nel mondo, e come dire, 2 braccia le avevo, il terzo mi è spuntato con la tromba.

Hai portato la tua musica in Africa, Asia, Sudamerica: qual è la stata la sfida più grande?

Partendo dalla Sicilia ho sfidato me stesso e tutta una serie di paure e paranoie che avevo da ragazzino che non era quasi mai uscito dalla Sicilia. Ho deciso di partire a 19 anni per il Sudamerica da solo dopo aver finito le scuole e il servizio di leva militare. Il servizio militare mi aveva portato da quelle parti e ho visto quello che c’era; una volta finito il militare, dopo 2 mesi esatti, sono andato a lavorare un po’ con mio padre, ho racimolato un po’ di soldi e sono partito.

Ti ricordi ancora il primo luogo che hai visto e la prima sensazione che hai provato attraversato l’oceano?

Sono atterrato a Montevideo. Dalla Sicilia ho fatto scalo a Roma, poi a Madrid, Recife e per ultimo scalo a Montevideo. Ho trovato un alloggio di fortuna per poter capire un po’ com’era la situazione e ho cercato di incontrare dei musicisti che avevo conosciuto durante la mia permanenza in quei 7/8 giorni che avevo trascorso a Montevideo da militare. Ho riallacciato i rapporti con loro e da lì mi sono mosso per andare a suonare poi in Argentina, Brasile e tutto il Sudamerica.

Dopo aver visitato così tanti luoghi credi ce ne sia uno che senti tuo più di altri?

Tutto il mondo mi appartiene.

Giro del mondo con la musica: una carriera nomade

Hai collaborato con personalità come Manu Chao, Caparezza, i Sud Sound System. Qual è il ricordo più significativo che ti porti dietro? 

Ognuno di questi amici che ho conosciuto e con cui ho fatto dischi e concerti, mi ha lasciato qualcosa che io considero come un pezzo di un puzzle che completerò solo quando chiuderò gli occhi e mi preparerò per il terzo passaggio del mio spirito.

Ad ognuno di loro riconosco un pezzetto della mia formazione: se Fossati è un pezzo della mia saggezza; Manu Chao è un pezzo della grande capacità carismatica che serve per stare sul palcoscenico; Vinicio Capossela è l’elemento naturale di una sana follia che ci vuole in musica. Sono tutti importanti ma non solo i grandi nomi, anche quelli minori.

Jazz, rock, punk, reggae: esiste un genere musicale che non hai mai affrontato?

Sì, ce n’è uno ed è la fusion. È un esercizio di stile di alcuni jazzari che non condivido molto, gli iper tecnicismi del jazz mi stanno un po’ stretti.

Per me la tecnica è bella se bypassa il cuore altrimenti, fine a sé stessa, è solamente un esercizio di stile inutile.

C’è una canzone o un progetto a cui ti senti più legato?

Il progetto Banda Ionica è un pezzo di cuore e penso sia forse l’unico disco che ascolto dei 500 dischi che ho fatto. Era un progetto nato per salvaguardare il repertorio di quelle che erano le marce funebri delle bande del Sud Italia che stavano andando perdute.

È un progetto che vorrei prima o poi riprendere in mano e a cui mi sento molto legato.

Tutte le cose che faccio in realtà mi fanno stare bene e non riguarda solo la canzone che scrivo: io amo vivere anche i momenti che mi permettono di provare delle grandi emozioni. Ora sto riscoprendo tutte le cose belle anche qui intorno, a Palermo, dove sono tornare a vivere dopo 30 anni di nomadismo. Sto scoprendo la bellezza di tanti giovani talenti ed è in quei momenti che trovo nuove energie: mentre li ascolto sento una purezza e una genuinità di cui ho tanto bisogno per rimanere con i piedi ben saldi a terra perché questo mondo ahimè è anche pieno di asperità, di squali, fuffa e ca**ate.

L’imprevisto: “Mi sono caga*o nelle mutande

Cosa provi ogni volta che ti trovi di fronte al pubblico?

È come quando mi sto avvicinando a mia moglie, mi sale un’eccitazione pazzesca senza essere volgari. Non dobbiamo vergognarci di dire che ci si può eccitare di fronte al romanticismo di certi gesti, sentire una delicatezza ma anche una presenza forte e carnale e questo mi accade proprio quando sono sul palcoscenico con la gente che ho di fronte.

Qual è l’esperienza più bizzarra che ti è capitata sopra e sotto al palco?

Una volta mi sono caga*o nelle mutande sul palcoscenico ed è successo solo una volta nella mia vita. Un giorno stavo molto male e mi sono trovato a dover chiedere ai miei ragazzi di fare un pezzo strumentale per scendere dal palco. Ho affrontato il concerto con una dissenteria spaventosa, non mi era mai successo ed è stata la cosa più bizzarra. Dopo essere andato nei camerini, mi sono cambiato i pantaloni e ho ripreso lo spettacolo.

L’esperienza sanremese con Diodato

Nel 2018 hai partecipato al Festival di Sanremo, che cos’ha di diverso rispetto ai tanti concerti o ad un altro palco?

 

Sanremo lo frequento da dietro le quinte da tantissimo tempo e ho portato Antonio Diodato a Sanremo Giovani con la mia etichetta Etnagigante. Successivamente mi avevano chiesto di partecipare a Sanremo e alla fine ho accettato di andare in coppia proprio con Antonio.

Io non mi emoziono mai, o meglio, l’emozione non è mai tale da provocarmi sensazioni di ansia o panico. Non le provo da 20 anni: dopo aver fatto il tour con Manu Chao dove avevo in media 300mila persone di fronte al palco posso davvero fare tutto.

Un’emozione fortissima la provo quando faccio quelle date nei localini più piccoli, dove ci sono 10 persone e sai che è gente venuta lì per te. Per questo quel palcoscenico (Festival di Sanremo [NdR]) non mi fa né caldo né freddo: salgo e faccio quello che devo fare, la musica. Non mi incute timore e sinceramente ho avuto anche esperienze più belle: per me suonare per i guerrieri Masai in Kenya è stata una delle emozioni più potenti che abbia mai provato nella mia vita, indescrivibile.

Come descriveresti quel momento?

Ero lì e ho pensato “chissà come reagiranno queste famiglie con i guerrieri schierati, tutti belli con questa fascia viola addosso, si chiamano Moran”.

Loro vivono nella giungla in mezzo ai leoni, con quel coraggio che hanno, ho pensato proprio “chissà come la prenderanno”. Lì ho capito subito che il miglior linguaggio per qualsiasi tipo di comunicazione è quello: è la musica. E soprattutto, è come la fai, come ti poni nei confronti della musica stessa.

L’amore per Giovanna: da grande fan e amica a compagna

Il 2018 però non è stato solo l’anno di Sanremo ma anche dell’amore. Come hai conosciuto la tua compagna Giovanna?

Ci siamo conosciuti perché lei, dopo anni che mi seguiva nei concerti, ha deciso di fermarsi una sera e chiedere alla security se poteva salutarmi.

Io l’ho raggiunta alla transenna e l’ho salutata. Ci scrivevamo su Facebook ma esattamente come accadeva già con tantissimi altri miei aficionados. Quella sera voleva conoscermi per dare una faccia e un’identità a quel nome che vedeva sullo uno schermo. L’ho conosciuta e da allora ci siamo riscritti e visti per 10 anni come dei buoni amici: ci vedevamo 2 o 3 volte l’anno ma lei aveva una vita ed io un’altra. Anni dopo c’è stata una coincidenza di vite incredibili e ci siamo trovati entrambi soli: da lì, un’amicizia pura, vera e sincera è diventata un’altra cosa.

I progetti umanitari con Amref, Libera e Amnesty International

Nella tua vita però non c’è stata solo la musica ma anche tantissimi progetti umanitari per Amnesty International, Emergency, etc. C’è stato un momento, qualcosa che hai visto, che ti ha fatto capire che dovevi agire?

Lo faccio probabilmente da quando ho iniziato a suonare in maniera professionale. Devo dire che mi sono sempre accertato in prima persona che la struttura fosse sana e pulita: se io appoggio Libera o Amnesty International è perché sono tutte strutture che ho analizzato in prima persona.

Sono andato in Africa con Amref proprio perché era un progetto molto bello: ero con Pau dei Negrita, siamo stati lì 2 settimane ad aiutare questi ragazzi africani che costruivano i pozzi ed è stato un momento molto bello perché invece che arrivare da colonizzatori li abbiamo semplicemente aiutati a capire che da soli devono riappropriarsi di quella terra, del loro territorio.

C’è stato un gesto, un sorriso, qualcosa che hai visto che ti ha segnato?

Mi è successa una cosa incredibile in India: non era un progetto umanitario, ero li perché ci avevano chiamato a suonare in un locale che era aperto da 6/7 mesi a Mumbai ed eravamo il primo gruppo italiano che entrava dentro questo locale.

Per arrivarci a piedi però eravamo passati da alcuni quartieri molto poveri. Ad un certo punto mi sento chiamato da dietro da una bambina che viveva in mezzo a tutti quei lebbrosi. Mi ha toccato e mi ha dato in mano una cosa che avevo perso dalla tasca per me molto importante: una sorta di custodia in pelle che uso per i bocchini per lasciarli disinfettati, un oggetto di un certo valore.

Mi sono trovato quindi questa bambina scalza, malvestita, malnutrita che mi restituiva questo oggetto cadutomi dalla tasca. Io l’ho guardata e sono scoppiato a piangere: gli ho regalato tutti i soldi che avevo. In india sei circondato dai bambini poveri che si trovano per la strada e che cercano di avere un pezzo di pane. Ogni tanto arriva qualche figlio di pu**ana vestito con la divisa che li prende a legnate e questo succede anche nelle favelas in Brasile. Li picchia e ti guarda soddisfatto: lo fa davanti a te per farti vedere che ti ha tolto l’impiccio di averli attorno ed ottenere così una mancia, una ricompensa.

A me quel gesto mi ha fatto vomitare, se lo incontrassi di nuovo lo ammazzerei per strada. Questa è la dura realtà di certi luoghi dove a volte ti scontri con cose che vorresti cambiare ma per le quali non basterebbero mille Superman.

L’ombra del bullismo

Cosa diresti al Roy di 20 anni fa?

Al Roy di 20 anni fa direi di entrare in palestra prima a fare lotta greco romana, a 14 anni e non a 16. Gli direi di entrare prima per evitare di subire tante cose. Avrei potuto benissimo iniziare ad allenarmi prima e imparare un po’ di autodifesa come so fare ora così da mettere a tacere gli str**zi che ho incontrato lungo il mio cammino.

A volte se non vuoi giocare a pallone, se non lo fai a 10 anni, se non ci provi con le ragazzine, sei considerato un cog**one. Visto che ero un ragazzino che tutti i giorni usciva con la valigetta della tromba per andare a prendere lezioni di musica, mi sentivo discriminato. A 25 anni, quando sono tornato, un po’ di soddisfazioni me le sono prese.

*immagine in evidenza: Antonio Triolo

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